
Le principali alterazioni dell’emotività e del comportamento che minacciano l’equilibrio dei piú giovani: dai disturbi su base fobica a quelli su base ossessiva, dai problemi legati all’iperattività a quelli legati ai conflitti tra genitori-figli…
Il disturbo da tic è caratterizzato da movimenti rapidi incontrollati che compaiono ripetutamente senza che il bambino riesca a trattenerli.
I tic possono interessare una o più parti del corpo, incluse le corde vocali. Per questo, in un disturbo da tic, possono comparire sia tic motori che tic vocali.
Il sintomo si manifesta sottoforma di sequenze semplici o sequenze complesse:
i tic "motori semplici" includono ammiccamenti, rotazione degli occhi, torsioni del collo, alzate di spalle, smorfie del viso, colpi di tosse, ecc…;
i tic "motori complessi" includono il mimare azioni comuni, riassettarsi, saltare, pestare i piedi o imitare movimenti altrui…;
i tic "vocali semplici" includono vocalizzazioni, raschiarsi la gola, grugnire, tirare su col naso, sbuffare, ecc…;
i tic "vocali complessi" includono la ripetizione di parole o frasi fuori dal contesto, oppure la cosiddetta ecolalia, cioè la ripetizione di suoni, parole o frasi uditi per ultimi.
Comunemente, i tic vengono attribuiti ad insicurezza, ansia, bassa autostima, ecc… tuttavia, spesso e volentieri, questi problemi piuttosto che essere la causa del disturbo, ne sono la “conseguenza”. A lungo andare, il bambino soggetto a tic, sviluppa, con il passare del tempo, problemi personali ed interpersonali, legati al senso di sicurezza di sé ed alla propria immagine sociale. Senza sottovalutare poi lo stress subito durante le incessanti indagini specialistiche dall’esito perlopiù incerto.
Spesso, i tic colpiscono bambini dinamici e socievoli, e la sintomatologia non si manifesta necessariamente in situazioni di tensione o di turbamento, ma anche in situazioni di totale relax (davanti la televisione, ad esempio) o di eccitazione (sorprese, gite, divertimenti, novità…)
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Le Fobie in età evolutiva si manifestano sottoforma di episodi di intensa paura, connotati da agitazione, rigidità, pianto, disturbi neurovegetativi… in risposta a stimoli reali o immaginari “spaventosi” per il piccolo. La reazione fobica può esserci in risposta ad uno stimolo specifico (“monofobia”) o a situazioni complesse (“agorafobia”, “claustrofobia”, “fobia sociale”…).
Spesso, nell’età evolutiva lo stimolo fobico riguarda situazioni, animali, oggetti o persone anche totalmente “innocue” al senso comune (foglie secche, segnali stradali…).
In tutti i casi, le rassicurazioni e le spiegazioni razionali da parte dell’adulto non ottengono effetto, anzi, il più delle volte aumentano lo stato infantile di turbamento.
Il bambino affetto da fobie tende a “evitare” le situazioni che lo spaventano, limitando la propria esperienza, oppure chiede “aiuto”, condizionando se stesso e le persone intorno. Nei casi in cui il bambino affetto da fobie riesce ad “affrontare” le situazioni che lo spaventano, lo fa con forte sofferenza e tensione, divenendo via via più vulnerabile invece che più forte. Comunemente, in età evolutiva viene emessa la diagnosi di fobia in base ai termini di tempo (durata oltre sei mesi), tuttavia, la misura della gravità del problema e la natura patologica di tali paure è data dal grado in cui viene compromessa la qualità di vita del bambino e l’esperienza necessaria alla sua crescita (scuola, gioco, socializzazione, adattamento all’ambiente…)Si parla di disturbo d’ansia quando si vive in uno stato protratto e persistente di “allarme”. Perciò, il fanciullo che soffre di ansia si mostra sempre sul “chi va là”, è iper-sensibile e iper-reattivo. Facilmente soggetto a turbamenti interni, il fanciullo ansioso tende a preoccuparsi eccessivamente per le proprie capacità o per la qualità delle proprie prestazioni ed arriva a temere le situazioni più varie (addormentarsi… incontrare persone… andare ad una festa… ecc.) Un disturbo precoce di ansia generalizzata presenta spesso dei “picchi” più acuti che, in alcuni casi, possono anche degenerare in vere e proprie crisi di panico. Le crisi di panico sono forti reazioni di perdita del controllo fisico ed emotivo scatenanti da un’alterazione profonda dello stato di allarme. La crisi di panico in età evolutiva, può avvenire in situazioni prevedibili - per esempio in mezzo alla folla… nei grandi spazi… con l’altezza, la confusione, le novità, ecc. - ma anche in momenti imprevedibili - stando in compagnia… giocando, chiacchierando… - come dei veri e propri “fulmini a ciel sereno”. Solitamente, gli episodi di panico si ripetono, ma a volte basta un episodio isolato per far sì che il fanciullo sviluppi la paura di cadere nuovamente in preda al panico (in gergo tecnico, la “paura della paura”); in questi casi, l’equilibrio del fanciullo è minacciato dalla paura del panico, piuttosto che dal panico stesso, tuttavia, non per questo, il problema è meno concreto.
Le ossessioni sono idee fisse, particolarmente invadenti, che condizionano il comportamento e le relazioni del fanciullo. I contenuti di tali idee possono essere “razionali” (l’ordine, l’igiene, la salute, la contaminazione…ecc.) o “irrazionali” (credenze superstiziose, magia, scaramanzia…ecc.). Le ossessioni in età evolutiva possono esprimersi a livello mentale sottoforma di fissazioni, domande ripetitive, dubbi persistenti… Oppure, possono esprimersi a livello comportamentale sottoforma di “manie”, cioè abitudini rigide, azioni irrinunciabili, il più delle volte ripetitive o bizzarre (lavaggi, controlli, movimenti stereotipi, cantilene, formule magiche …) A volte, le ossessioni e le manie diventano talmente dominanti nella vita del fanciullo, che può venirsi a sviluppare un precoce “disturbo ossessivo compulsivo”. Nel disturbo ossessivo compulsivo, il fanciullo si sente costretto a compiere delle azioni rituali o anche ad evitare delle azioni comuni, con l’idea che ciò serva a controllare eventi negativi. I rituali e gli evitamenti, da un lato fanno sentire il fanciullo protetto, dall’altro, creano nella sua mente trappole mentali difficili da smontare con ragionamenti razionali. Per questo, l’uso di strategie apparentemente banali, illogiche o bizzarre diventa la tecnica più efficace, tanto di più quando la famiglia è tenuta in “ostaggio” dal disturbo, per via delle richieste d’aiuto nei rituali e delle massicce proibizioni.
L’ipocondria è uno stato patologico di preoccupazione per la salute, dovuto ad una fissazione fobica sul proprio organismo.
Ogni segnale proveniente dal corpo reca paura ed ansia, ed induce un sospetto persistente di malattia. L’idea di avere una malattia rimane nonostante gli esami medici la smentiscano. Il forte bisogno di ripetere gli stessi esami e di sentire diversi pareri non ha effetto rassicurante sulla persona che soffre di ipocondria; anzi, a livello inconsapevole, tale condotta aumenta l’ansia e accresce l’intensità della paura.
L’ipocondria è una patologia che abbraccia fasce di età sempre più giovani, data la mole d’informazioni e stimoli cui sono esposti anche i più piccini, i quali non sempre riescono ad integrare sul piano emotivo ed intellettivo le idee di sofferenza del corpo e di malattia.
Nei casi di ipocondria precoce, è inevitabile che la famiglia venga coinvolta nel meccanismo patologico, dato che nelle fasi iniziali del problema è difficile comprendere la natura ipocondriaca delle lamentele fisiche. A volte, paradossalmente, è proprio nei riguardi della famiglia attenta e scrupolosa che il fanciullo ipocondriaco arriva a nutrire il suo risentimento, poiché le rassicurazioni e le spiegazioni razionali che riceve dalla famiglia vengono prese per trascuratezza e superficialità.
Tristezza, apatia, scoraggiamento sono le manifestazioni con cui si esprime la depressione infantile. A volte la depressione può essere la reazione ad un dispiacere esterno (lutto, insuccesso scolastico, solitudine, separazione dei genitori…) altre volte può scatenarsi dall’interno, come incapacità del fanciullo a trarre soddisfazione dall’ambiente e da ciò che lo circonda. In entrambi i casi, le esortazioni degli adulti a “reagire” e a “star su” aggravano la situazione, poiché fanno sentire il fanciullo “sbagliato” per quello che sente, venendosi a creare così anche il senso di colpa.
Tuttavia, per la cura della depressione infantile, il ruolo della famiglia è fondamentale, in quanto è la famiglia l’ambiente in cui il fanciullo cresce, dove si modella e dove acquisisce il proprio repertorio di azione e reazione nei confronti del mondo.
Le patologie dell’alimentazione sono sempre più frequenti nella società occidentale e, negli ultimi tempi, le casistiche denunciano l’aumento delle fasce d’età coinvolte. In pratica, i disturbi alimentari che fino a due decenni fa risultavano essere problematiche prettamente adolescenziali, e quasi esclusivamente femminili, allo stato attuale colpiscono anche adulti e bambini di entrambi i sessi. Oltre a ciò, è documentata una maggiore complessità rispetto agli altri disturbi, nel senso che, all’interno della stessa sindrome alimentare esistono diverse “varianti”, basate su specifiche caratteristiche psicopatologiche e questo, molto spesso, spiega la cosiddetta “resistenza” di tali disturbi alle attuali terapie esistenti.
Volendo estremamente semplificare il funzionamento delle tre fondamentali patologie alimentari, si può definire l’anoressia come la compulsiva tendenza a non mangiare per dimagrire, la bulimia come l’irrefrenabile tendenza ad abbuffarsi accumulando peso, il vomiting come la sequenza rituale del mangiare per vomitare. Quest’ultimo tipo di patologia alimentare, il vomiting, rappresenta oggi il problema più rilevante e diffuso (70% dei casi registrati presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo) eppure, nei manuali diagnostici ufficiali viene considerata un semplice sottotipo dell’Anoressia o della Bulimia. Ciò depone per il considerare i cosiddetti “casi impossibili” come casi presumibilmente trattati con terapie inadeguate, infatti le tecniche di intervento per i disturbi alimentari necessitano, per essere efficaci, di una sensibile diversificazione. I disturbi dell’alimentazione vanno affrontati da una prospettiva pratica e non esclusivamente teorica, badando soprattutto che le soluzioni adottate siano stabili nel tempo, poiché forti squilibri alimentari comportano ripercussioni sull’organismo e sulla mente.
I traumi sono eventi della vita estremi, carichi di paura e dolore (incidenti, abusi, violenza, malattie ed operazioni, circostanze drammatiche di lutto…) che lasciano nella mente di chi li subisce immagini, flashback e rimuginazioni che riportano continuamente il passato nel presente, impedendo alla vittima di vivere un’esperienza libera da sofferenza. La mente di un fanciullo è più esposta ad una reazione traumatica, in quanto ha meno facoltà dell’adulto di integrare l’esperienza a livello emotivo ed intellettuale. Il più delle volte, la giovane mente si difende attraverso la rimozione dell’accaduto, procurando amnesie funzionali, ma è facile che il fanciullo sviluppi un vero e proprio disturbo post traumatico da stress, caratterizzato da “ondate” mentali cariche di sensazioni minacciose ed immagini dolorose appartenenti all'evento passato. Un precoce disturbo post traumatico si manifesta spesso in associazione con manie di persecuzione, ruminazioni interne, depressione, perciò occorre un aiuto specialistico che consenta al fanciullo di superare l’esperienza traumatica e disporre la sua mente in direzione costruttiva e sana.
Lutto abbandono, separazione sono in senso lato esperienze di perdita che recano all’essere umano sofferenza e disorientamento. Mai si è “pronti” ad un abbandono, non c’è mai un “senso” ad un lutto… proprio ciò rende tali esperienze così difficili da elaborare mentalmente ed emotivamente. Nei primi sei mesi successivi alla perdita di una persona cara, reazioni di malessere e disorientamento sono naturali per i fanciulli poiché per loro deve avvenire una vera e propria “riorganizzazione” pratica, emotiva e cognitiva. In questa fase, è ruolo dell’adulto di riferimento agire in maniera sensibile e trasmettere comunque al piccolo un senso di stabilità e protezione. Se, successivamente ad un’esperienza di lutto, abbandono o separazione, le manifestazioni di malessere e disorientamento perdurano oltre sei mesi, sono da considerarsi “patologiche” per il fanciullo, in quanto interferiscono con una sana esperienza di crescita, impedendo un atteggiamento positivo con se stessi, con gli altri e con il mondo. In questi casi, è indicato l’aiuto specialistico, perché l’adulto che si occupa del minore sappia adottare la comunicazione ed i comportamenti adeguati al livello di sviluppo psico-affettivo raggiunto.
I fanciulli affetti da mutismo elettivo sono a tutti gli effetti dotati della capacità di parlare e di comprendere il linguaggio parlato, ciononostante essi comunicano per mezzo di gesti o, tutt’al più, pronunciando monosillabi. Il disturbo si evidenzia solitamente in età scolare e, nelle fasi iniziali del suo esordio, può esser sottovalutato e confuso per eccesso di timidezza. Nella manifestazione tipica, il mutismo elettivo è caratterizzato da rifiuto di parlare ed interloquire con adulti o coetanei del contesto scolastico, tuttavia ci sono forme di mutismo elettivo in cui il fanciullo parla a scuola e non parla a casa o in tutte le altre situazioni sociali. Le esortazioni a parlare inibiscono ancora di più il fanciullo, spesso e volentieri inoltre, gli sforzi compiuti dalla scuola e dalla famiglia rafforzano il disturbo, in quanto procurano dei “vantaggi secondari” (avere qualcuno pronto a prendere parola al proprio posto… indulgenza… attenzioni…) in virtù dei quali è più difficile per il fanciullo abbandonare il sintomo. Proprio per questo, l’intervento sul contesto del fanciullo, anziché l’intervento diretto basato sull’introspezione, è quello che ottiene maggiori risultati.
Molti fanciulli manifestano comportamenti irrequieti, spesso al limite del “molesto”, che fanno pensare a problematiche neurologiche o metaboliche in quanto presentano caratteristiche di costante agitazione fisica, passaggi da un’attività all’altra senza sosta, tendenza - nello studio quanto nel gioco - alla distraibilità ed all’impulsività, eppure… il quadro medico che ne risulta è sano. La determinante di tali comportamenti nella maggior parte dei casi è di natura psicologico-affettiva, pertanto si curano attraverso la psicoterapia. L’intervento strategico per il cosiddetto disturbo dell’attenzione con iperattività si compone di due fasi: una prima fase mirata a neutralizzare i comportamenti sintomatici fino alla loro estinzione, una seconda fase mirata a ricostruire con il fanciullo sane relazioni ed esperienze che, prima dello sblocco, erano impedite dal problema. In questo modo il cambiamento ottenuto si consolida offrendo al piccolo nuove modalità di gestire il proprio modo di essere ed ai genitori nuove modalità di interagire con esso.
rapporto genitori – figli è complesso e mutevole. A volte, sembra che tutti gli sforzi che si fanno per avere un dialogo con i propri figli, per andare incontro ai loro bisogni o per trasmetter loro valori positivi, siano vani. Solitamente, invece di sostituire le soluzioni inefficaci, le si intensifica, creando così “circoli viziosi” nell’interazione con i propri figli (“più cerco di parlargli, meno mi ascolta...”, “più lo controllo più scappa…”, “più gli propongo una cosa più la rifiuta…” ecc.). In pratica, davanti alla persistenza della difficoltà si applica di più la stessa soluzione anche se non funziona, lì dove le strategie permettono di uscire dal “copione” rigido d’interazione e costruire soluzioni adeguate.
La separazione dei genitori è per i figli un evento che colpisce i pilastri della propria sicurezza. Anche quando le condizioni coniugali sono le peggiori e la separazione sembra essere l’unica strada percorribile per l’equilibrio di genitori e figli, comunque, è a questi ultimi che viene richiesto lo sforzo maggiore: quello di vedere trasformarsi aldilà della propria volontà, legami affettivi ed interazioni familiari. A seconda della fase di sviluppo psico-affettivo in cui il figlio si trova quando avviene la separazione, nonché delle modalità concrete in cui essa si svolge, il vissuto dei figli può essere controverso e conflittuale, per questo a volte compaiono comportamenti sintomatici (attaccamento morboso ad uno dei genitori o, all’opposto, eccessiva ostilità, ansia di allontanamento, disturbi emotivi, comportamentali e psicosomatici…) In questo caso è fondamentale per l’equilibrio e la stabilità dei figli garantire contatti sani con i genitori, regolando non solo i modi ed i tempi, ma soprattutto la comunicazione. La comunicazione con i propri figli nei casi di separazione coniugale è fondamentale per far loro affrontare in maniera serena ed equilibrata le problematiche ad essa legata: il distacco, il rapporto con i parenti materni e paterni, la gestione del tempo libero e delle spese, la presenza di un eventuale compagno/a di vita… Solo così, eventuali disturbi emotivi e comportamentali correlati alla separazione coniugale possono essere affrontati strategicamente.
Un figlio adottato vive dubbi sulla propria identità che solitamente cerca di risolvere con tre strategie: 1) la ricerca delle proprie origini, 2) l’affermazione della propria individualità attraverso la ribellione, 3) la ricerca del consenso altrui. Tali tendenze si esprimono in maniera differente a seconda delle età: ad esempio, la ricerca delle proprie origini può manifestarsi nell’infanzia sottoforma di domande e dubbi riguardanti i propri genitori naturali e adottivi; l’affermazione di sé attraverso la ribellione può portare al rifiuto della guida dei genitori che si esprime, a seconda delle fasi della crescita, attraverso impuntature, polemiche, quando non aperto rifiuto dei valori trasmessi dalla famiglia adottiva; la ricerca del consenso altrui può portare ad attaccamenti indiscriminati alle persone senza capacità di selezione sociale, con la tendenza in adolescenza ad essere facilmente influenzabili dalle amicizie. Pertanto, dalla situazione di adozione possono emergere difficoltà personali del figlio, ma anche difficoltà interpersonali e familiari e quando tali tendenze si manifestano, non sono trattabili attraverso la logica lineare del buon senso e della spiegazione, in quanto in realtà rispondono ad una logica molto più irrazionale. Il bisogno di un’identità forte, il bisogno di sentirsi riconosciuti e di avere conferme di sé negli altri è fondamentalmente sano, tuttavia, la pressione esercitata da tale bisogno, nei figli adottati, è tanta e tale che trova canali d’espressione inadeguati e disfunzionali. Per questo, occorre offrire al figlio adottivo strategie alternative che rendano forte la sua identità anziché indebolirla, ciò può esser fatto sia attraverso sedute con il diretto interessato, sia in forma indiretta attraverso i genitori adottivi.
L’impatto psicologico della malattia fisica influenza lo stesso decorso di essa. Nell’età evolutiva tale impatto psicologico dipende in gran parte dalla gestione pratica della malattia da parte della famiglia. Occorre tener conto se si ha a che fare con malattie dai sintomi permanenti o ad intervalli, con malattie caratterizzate da crisi (asma), accesso (artrite giovanile), o ricadute (sindrome nefrosica), con malattie che procurano sintomi dolorosi o malattie in cui è in causa la prognosi per la vita. Tuttavia, persino malattie con un’evoluzione asintomatica e non dolorosa possono creare problemi per le cure che richiedono o per le costrizioni che impongono, specie quando l’esordio avviene in età adolescenziale, arrecando limitazioni all’autonomia personale. Le strategie familiari devono essere ritagliate su misura dello specifico vissuto personale del figlio specifiche caratteristiche cliniche della malattia, per favorire una modalità serena e responsabile di vivere le cure.
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